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​La vita lungo il fiume Ombrone a "Geo"

Da San Gusmè, al Tirreno, da Siena a Grosseto, curiosità, tradizioni e ricette segrete tramandate dagli abitanti delle terre lungo l’Ombrone



PROVINCIA DI SIENA — Protagonista al programma di Rai3 Geo, in onda tutti i pomeriggi, il documentario, di Eva Pietroni e Claudio Rufi, che segue il percorso del secondo fiume più lungo della Toscana, nel suo lungo viaggio attraverso le province di Siena e Grosseto fino al mare.

Dalla culla di San Gusmè, il piccolo torrente Ombrone rotola fino a Castelnuovo Berardenga. Qui la popolazione era costituita in origine da famiglie di fabbri. Tra queste, la famiglia di Mario che continua ancora oggi a lavorare il ferro ma da ‘bullettaio’ è diventato scultore perché ormai i chiodi li fanno le macchine nelle fabbriche. Alcune delle sue opere, tra cui un enorme drago e un gallo gigantesco, sono esposte nel paese. Scendendo da Castelnuovo tra le colline delle crete senesi si arriva a Rapolano dove la lavorazione della pietra, il travertino, ha plasmato il paesaggio e l’economia locale. Alcune delle numerose cave ancora presenti sul territorio, risalgono all’epoca romana ed estrusca. 

Ad Asciano dove l’Ombrone diventa fiume sotto il ponte che prende il nome dal ‘garbo’ degli ascianesi che lo guadarono per accorrere in soccorso dei senesi contro i Guelfi di Firenze nella battaglia di Montaperti, la terra è perfetta per la produzione del grano duro. Per questo è qui abbondante la produzione di pasta e di prodotti da forno come il panpepato di cui Gianpaolo custodisce una ricetta segreta tramandata dal Giardi, che qui veniva a cuocerlo secondo quanto tramandato dai suoi avi da più di 200 anni. Il pan pepato è un dolce tipico della tradizione toscana come il panforte ma più speziato e lavorato secondo tecniche diverse.

Tra spettacolari calanchi e biancane si scende fino alla Abbazia di Monteoliveto, un complesso monastico benedettino del 1319 all'interno del comune di Asciano. Qui Padre Celso illustra di come anticamente il fiume servisse per il trasporto del legname fino a Grosseto e da qui a Livorno. Oggi i 35 monaci che qui vivono, coltivano 50 dei 400 ettari di terreno e tra loro il capo è Don Antonio, arrivato nel 2011 dal Guatemala, che pur non sapendone nulla prima, ha implementato la coltivazione del farro e del tartufo.

Seguendo il fiume fino a Buonconvento, Montalcino e oltre le terre cretesi, si arriva alle distese ai piedi dell’Amiata dove molti lavorano nel settore vinicolo o nel turismo o di pastorizia come i fratelli Pietro, Francesco e Giovanni di Podere Macina, non lontano da Montalcino. Il loro nonno nel 1961, imbarcò 150 pecore da Nuoro a Talamone e arrivato sulla spiaggia, munse le pecore e regalò tutto il formaggio a chi c’era. Poi rilevò un’azienda come mezzadro e dopo un anno fece arrivare moglie e figli e l’acquistò facendo la fortuna sua e delle generazioni che sono venute.

Nei grandi o nei piccoli convivi, la tradizione fa da padrona, e ogni comunità si adopera con passione per preservarla, sia essa rumena, sarda o toscana come quella legata alla ricetta di Federico Barbarossa per preparare il capitone a Sasso d’Ombrone, in provincia di Grosseto. Poco lontano da qui le opere di bonifica per la malaria hanno smembrato il fiume in una rete di canali negli anni 20. Idrovore, sbarramenti e chiuse, trattengono e convogliano le acque del grande fiume fino a che giunge finalmente libero al mare.

Elisa Cosci
© Riproduzione riservata

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