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giovedì 24 gennaio 2019

Attualità martedì 18 dicembre 2018 ore 17:55

Schettino scrive dal carcere di Rebibbia

Francesco Schettino

L’ex comandante della Costa Concordia rompe il silenzio con una lettera spedita dal carcere romano."Pochi capitani hanno vissuto un'esperienza simile"



ROMA — Dopo oltre un anno e mezzo di reclusione, l’ex comandante della Costa Concordia, rompe il silenzio. Lo fa con una lettera spedita dal carcere romano di Rebibbia, dove sta scontando una condanna a 16 anni per il naufragio, avvenuto la notte del 13 gennaio 2012 davanti all’isola del Giglio, dove persero la vita 32 persone.

Il linguaggio è tecnico, la grafia leggibile e ordinata. Due fogli scritti in perfetto inglese e in calce una firma: Francesco Schettino. I destinatari sono i partecipanti ad un convegno organizzato dall’OCIMF (Forum marittimo internazionale delle compagnie petrolifere) che si è tenuto il 1 novembre 2018 a Londra dal titolo “Bridge resource management – Learnings from Costa Concordia”.

Tema centrale dell’incontro, l’analisi dell’incidente della Costa Concordia, e le dinamiche relative alle comunicazioni avvenute sul ponte di comando della nave (bridge team).

“Pochi comandanti hanno vissuto un’esperienza simile - scrive Schettino - Prima dell’incidente, ho sempre sottolineato l’importanza dell’efficienza e dell’efficacia del bridge team. Nella mia vita non ho mai lasciato le cose non pianificate. Quella notte ho sperimentato che un’intera squadra di ufficiali non ha rilevato che la nave si stesse arenando”. (“Few captains lived a similar experienceBefore the accident I have always stressed the importance of the bridge team efficiency and effectiveness. In my life I have never left things unplanned. Notwithstanding my attitude, that night, I have experienced that a whole team of conning officers three of them including a deck cadet while on dutyat their radars and ECIDS stations, did not detect that the ship was running aground”)

L’ex comandante, dopo aver fatto riferimento ad altri incidenti marittimi recenti, sottolinea come “Ogni ufficiale del bridge team, dovrebbe essere in grado di calcolare e rilevare il pericolo per essere in grado di offrire il suo contributo all’intera squadra”. (“I believe that for the Concordia, the bridge team failure was not limited to the failure in not executing the turning on the indicated wheel over point, or having planned the navigation at 0.5 miles from the shore…Any officer part of a bridge team is expected to be able to reckon and detect the peril in order to be in the position to offer his contribution to the whole team”)

Nelle conclusioni, il riferimento all’effettiva capacità di poter comprendere e, di conseguenza, correttamente individuare le responsabilità di un evento così complesso come quello avvenuto al Giglio, senza avere una “eredità nautica ed un’esperienza pratica” (There was nobody with nautical legacy and practical experience for understanding the various limitations aroused after the collision for handling the emergency on a mega-cruise ship)

“Come può essere giudicata correttamente una persona se, chi deve decidere, non ha esperienza in materia?” (How, in the absence of such professional expertise, can the behaviour and conduct of a person be properly judged? How can they see their actions through the eyes of others without such knowledge?)

In linea con le riflessioni di Schettino, si pongono vari interventi del convegno londinese. che hanno evidenziato come, in base a studi decennali sui disastri marittimi, l’errore umano si sia rivelato quasi sempre il fattore determinante. Partendo da questo presupposto, numerosi esperti hanno infatti sviluppato modelli utili alla preparazione dell’equipaggio di una plancia di comando, in modo da gestire e ridurre al minimo gli eventuali rischi. Relativamente al naufragio della Concordia, sono state messe in luce evidenti discrepanze tra come avrebbe dovuto funzionare il bridge team e quello che, nei fatti, si è verificato.

Durante il convegno dell’OCIMF l’idea che l’incidente sia stato valutato come l’errore di un singolo più che di un’intera organizzazione, non viene ritenuto compatibile con quanto realmente accaduto.

È stato inoltre osservato come, nel corso del procedimento portato avanti dalla giustizia italiana, siano state ignorate molte questioni tecniche che hanno caratterizzato la tragedia e che avrebbero potuto essere raffigurate e valutate correttamente, solo da persone esperte. Il fatto che in carcere ci sia solo il comandante e che il resto della plancia di comando abbia patteggiato pene irrisorie, - a quanto dichiarato nel convegno dell’OCIMF - lascia aperti molti interrogativi sull’equilibrio della sentenza che viene considerata dagli esperti, “un passo indietro nella cultura della sicurezza marittima”.

Angela Cipriano

© Riproduzione riservata

Il Video su YT pubblicato da Francesco Schettino


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