10mila euro per arrivare in Italia con la promessa di un lavoro e di un permesso di soggiorno. Una volta qui, però, i migranti avrebbero scoperto che quegli impieghi erano inesistenti e, per poter rinnovare il titolo di soggiorno, sarebbero stati costretti a sborsare altri soldi in cambio di buste paga fittizie. E' questo, secondo gli inquirenti, il sistema messo in piedi da due coniugi, un uomo di 64 anni e una donna di 49, arrestati perché accusati di concorso in favoreggiamento all'immigrazione clandestina pluriaggravato.
L'ordinanza di custodia cautelare in carcere, emessa dal Gip, è stata eseguita dai finanzieri del Comando Provinciale di Grosseto e dal personale della Sezione di polizia giudiziaria dei carabinieri.
Il provvedimento emesso dal Gip è scattato al culmine di una indagine su un presunto sistema che, secondo gli inquirenti, avrebbe trasformato "La procedura legale del Decreto Flussi in una vera e proprio fonte di reddito".
A far scattare le indagini, condotte ca finanza e carabinieri sono state le denunce presentate nel 2024 da diversi cittadini stranieri. Il quadro ricostruito dagli inquirenti avrebbe fatto emergere "un vero e proprio tariffario applicato dalla coppia", che "reclutava i cittadini extracomunitari direttamente nel Paese di origine".
Secondo quanto emerso nel corso delle indagini, per ottenere la promessa di un lavoro, la documentazione necessaria all'ingresso in Italia e il successivo rilascio di un permesso di soggiorno a lungo termine, i migranti, prevalentemente reclutati in Marocco, avrebbero sborsato 10.000 euro a testa. Ma una volta atterrati in Italia si trovavano di fronte a una realtà ben diversa: gli impieghi promessi nell’azienda riconducibile agli arrestati, per i quali avevano pagato, erano del tutto fittizi.
Trovandosi senza lavoro, ricostruisce una nota dell'Arma, "Venivano stipati in alloggi messi a disposizione dagli stessi indagati dietro il pagamento di un affitto di circa 250 euro al mese".
Per evitare di diventare clandestini alla scadenza del visto e poter ottenere il rinnovo del titolo di soggiorno, alle vittime sarebbero poi stati richiesti ulteriori versamenti in contanti - fino a 1.000 euro - per il rilascio di buste paga fittizie. Secondo quanto ricostruito, le persone "Erano così costrette, di fatto, ad arrangiarsi con lavoretti occasionali in nero per sopravvivere e poter pagare tali importi".
Gli investigatori hanno acquisito un'articolata “contabilità parallela”, costituita da agende, prospetti contabili e appunti manoscritti nei quali figuravano elenchi di nomi, acconti e saldi registrati in euro e in valuta marocchina. Nei supporti informatici in uso agli indagati sarebbero stati inoltre rinvenuti contratti di fornitura di manodopera per importi ingentissimi, tra cui una commessa da quasi 500 mila euro stipulata con una società appena creata dalla stessa indagata. Tali contratti si sono rivelati, di fatto, falsi: le imprese committenti erano spesso del tutto ignare, oppure cessate, fallite o persino intestate a persone decedute da anni.
Le attività di indagine, nel loro complesso, avrebbero accertato l’ingresso illegale nel territorio dello Stato di 31 cittadini extracomunitari, nonché il rilascio di 22 visti di ingresso altrettanto irregolari. Un sistema attraverso il quale, secondo l'ipotesi investigativa, gli indagati avrebbero "Ottenuto ingenti somme di denaro, illecitamente riscosse in Italia e Marocco".