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mercoledì 17 gennaio 2018

TURBATIVE — il Blog di Franco Bonciani

Franco Bonciani

Franco Bonciani, fiorentino, vicepresidente della Federnuoto Toscana, uomo di sport in generale e piscinaro in particolare. Con uno sguardo attento e scanzonato su quello che gli succede attorno

Il blog di fine vita

di Franco Bonciani - venerdì 15 dicembre 2017 ore 21:07

la torre di Babele di Pieter Bruegel

Se la legge per il fine vita fosse stata proposta con un nome diverso, magari in inglese, avrebbe avuto la stessa approvazione? Qualche dubbio mi viene.

È capitato troppo spesso che certe parole, certi riferimenti a leggi ma non solo, siano messe in maniera tale da non favorire la comprensione di cosa si sta parlando. 

Ai tempi della legge sui diritti civili che consente a due persone dello stesso sesso di godere delle banali certezze che dovrebbero avere due persone che si amano (tipo potersi prendere cura l’una dell’altra), venne trombata allegramente la parte detta “step child adoption”, che pure aveva la sua ragion d’essere. Stepciaildadopscion? Ma proprio non era possibile chiamarla in un altro modo? Se avessi chiesto a mio padre, persona perbene, di sinistra, macellaio non troppo istruito: “o babbo, icché tu ne pensi della step child adoption?”, so quale sarebbe stata la risposta. Non la dico perché, in quanto macellaio, beh…

Intendiamoci, non sono contrario a prescindere all’uso di termini stranieri, ci avevano provato nel ventennio fascista con esiti da sbellicarsi: non si impone l’uso della lingua per legge, una lingua è cosa viva, cresce, si trasforma per proprie dinamiche legate all’uso, all’epoca e all’ambiente.

Ricordo un docente di storia della lingua Italiana della facoltà di Lettere a Firenze che proponeva di usare il termine “fubbia” per indicare lo smog, vocabolo inglese che nel linguaggio comune indica l’inquinamento atmosferico, derivato dall’accorpamento di “smoke” (fumo) e “fog” (nebbia). Già 40 anni fa faceva ridere, figuriamoci ora.

E non mi piace nemmeno la demagogia legata al parlare facile ma c’è modo e modo: intanto usare termini comprensibili, senza scadere nell’uso sistematico del termine straniero, indice di un misero provincialismo.

Senza ipocrisie. Tipo quella di chiamare la legge elettorale a firma Calderoli, che lo stesso autore, compiacendosene, definiva “una maialata” (poi stroncata dalla Corte Costituzionale) con l'appellativo latino di Porcellum. Ora, una cosa è la porcata o la maialata, una roba sporca, sudicia, puzzolente; altra cosa è il porcello, quasi simpatico, rotondetto, il salvadanaio in cui si mettevano gli spiccioli da parte. Macché Porcellum, era una porcata! E il sospetto che nasce è che, quando si fa ricorso a certe terminologie, l’obiettivo sia di pescare nel torbido, creare incertezze.

Sugli esempi potremmo sbizzarrirci, già sento risuonare profondo un “e il giobact, allora?” e vado oltre.

Osservo con tenerezza le giovani generazioni, i figli e quelli che saranno i prossimi nipoti, utilizzare, specie nell’informatica, termini tecnici anglosassoni. Oramai hanno preso campo, hanno un loro perché, e del resto provate a chiamare il mouse con un altro nome mentre per upgrade andrebbe benissimo aggiornamento  ma tant'è. Ma quando leggo certi post di onanisti da tastiera che se la tirano esibendo tre o quattro tecnicismi sperando in chissà quanti like, la tenerezza lascia spazio alla compassione se non al disprezzo. Tipo quando sento dire "fuck off" al posto del nostro stupendo vaffanculo.

Leggo di figure importanti, dedite ad un lavoro faticoso come gli assistenti di persone anziane con Alzheimer o altre malattie degenerative. A volte si tratta di professionisti, altre di familiari: incontrano difficoltà nel pesantissimo lavoro quotidiano, ricevono poco supporto, spesso sono lasciati da soli. Dovremmo conoscerli e farli conoscere, valorizzarli, sostenerli nella loro missione ma loro li chiamano “caregivers”. Non assistenti, badanti, “donatori di sé”. Caregivers. Un esercito di invisibili.

Franco Bonciani

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